il miracolo del coro

December 4, 2015

 

"Già nel sesto secolo prima dell’era cristiana, Pitagora poneva la musica al primo posto nell’educazione dell’uomo e la considerava una medicina dell’anima. Platone, la avvicinava alla filosofia fino al punto di identificarla con essa. Agli albori del Medioevo, Boezio riteneva turpe l’uomo che non possedesse la conoscenza della musica e delle lettere e Guido d’Arezzo non esitava ad affibbiare il poco encomiastico appellativo di «bestia» a coloro i quali praticavano la musica senza conoscerne l’intima essenza. In piena epoca rinascimentale, Shakespeare poneva sulla bocca di Lorenzo, all’inizio del quinto atto del «Mercante di Venezia», parole profetiche sulle virtù della musica: «l’uomo che non ha alcuna musica dentro di sé, che non si sente commuovere dall’armonia di dolci suoni, è nato per il tradimento, per gli inganni, per le rapine. I moti del suo animo sono spenti come la notte, i suoi appetiti tenebrosi come l’Erebo. Non fidarti di lui. Ascolta la musica». Potremmo continuare così all’infinito e troveremmo sempre nei pensieri dei filosofi, dei poeti, dei letterati, degli uomini di cultura, degli educatori, del passato come del presente, espressioni analoghe a quelle appena riportate. Non siamo di certo noi i primi ad affermare l’enorme importanza che riveste una precoce educazione musicale, attraverso l’esperienza corale, per la formazione globale della persona e a ricordarne qui gli indiscutibili benefici. E non si tratta dei benefici di una semplice «informazione», la quale è mera conoscenza ed elencazione di dati esteriori; neppure di semplice «pratica musicale», importante senza dubbio, ma tale che, se non incastonata entro un progetto didattico mirato e non armonizzata con un sapere generale, potrebbe rimanere avulsa da un contesto di cultura e di indagine interiore e non andar oltre lo stadio di pura tecnica; neppure si pone l’accento sulla «istruzione», intesa come un prosieguo logico e ordinato di conoscenze, rischio delle quali può essere quello di chiudersi in una sfera intellettualistica. L’educazione riguarda l’uomo, la sua completa formazione; vuole da lui stesso cavar fuori - secondo, anche, il significato etimologico del verbo «educare» che deriva dal latino e-ducere - quanto di meglio egli possiede, in modo che la sua autentica personalità si riveli e abbia coscienza di sé stessa, si sviluppi armoniosamente e fiorisca secondo le capacità e le inclinazioni che le sono proprie. In tale caso si può parlare solo di « benefici » apportati da un’educazione musicale che risulta valore autentico. Allora, solo allora l’educazione annovererà anche le informazioni, le pratiche, le istruzioni sopra ricordate, fondendole unitariamente e superiormente. Per questi motivi l’educazione musicale riesce a portare il discepolo all’interno stesso della musica e a portare la musica nel cuore della sua personalità. L’allievo diventa così non solo uditore o ripetitore o esecutore, ma musicus, in quanto scienza e pratica si fondono allora in lui in una superiore conoscenza e in una mirabile sintesi. 1 2 Tutto questo è stata capace di realizzare Debora Bria, in appena due lustri di esaltante attività, alla guida del suo coro «Artemusica». Un coro di voci bianche che, in pochi anni ha saputo porsi con autorevolezza e con merito all’attenzione della ribalta nazionale e internazionale e a ottenere una rinomanza non affatto effimera e passeggera. Se è vero, com’è vero, che chi canta conquista la capacità di comprendere la bellezza dell’universo e possiede la facoltà di agire e di operare verso l’inesausta aspirazione alla perfezione, le mirabili voci del coro «Arte musica» ci testimoniano, una volta di più che dall’unione delle voci nasce l’armonia dello spirito e che dall’armonia dello spirito sorge quell’ordine e quel rigore e quella misura che è prerogativa ineludibile del viver civile. Quando una voce si fonde con altre voci in un coro, soprattutto in un coro di bambini, nasce qualche cosa di inesprimibile. Non è più quella voce a esistere. È la voce di un corpo nuovo che ora vive una sua vita autonoma , che ha un suo colore, una sua forza e una sua espressione.

Chi canta in coro si rende conto di ciò.

Si rende conto di essere parte indispensabile di un organismo delicatissimo; sa di contribuire alla vita di esso con la sua voce, con la sua volontà, con la sua disciplina, con il suo pensiero, con il suo sentimento. Quando succede questo, è come se avvenisse un miracolo. I piccoli cantori di «Artemusica» e la loro direttrice Debora Bria di questo miracolo sono la testimonianza viva. Ad essi dobbiamo essere perennemente grati."      

 

Giovanni Acciai

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